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Eventi Associativi

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IL FUOCO

 

Sei persone, colte dal caso nel buio di una gelida nottata, su un’isola deserta, si ritrovarono ciascuna con un pezzo di legno in mano.

Non c’era altra legna nell’isola persa nelle brume del Mare del Nord.

Al centro un piccolo fuoco moriva lentamente per mancanza di combustibile.

Il freddo si faceva sempre più insopportabile.

La prima persona era una donna, ma un guizzo della fiamma illuminò il volto di un immigrato dalla pelle scura.

La donna se n’accorse e strinse il pugno intorno al suo pezzo di legno.

Perché consumare il suo legno per scaldare uno scansafatiche venuto a rubare pane e lavoro?

L’uomo che stava al suo fianco vide uno che non era del suo partito.

Mai e poi mai avrebbe sprecato il suo bel pezzo di legno per un avversario politico.

La terza persona era vestita malamente e si avvolse ancora di più nel giaccone, nascondendo il suo pezzo di legno.

Il suo vicino era molto ricco, perché allora doveva usare il suo ramo per un ozioso riccone?

Il ricco sedeva pensando ai suoi beni, alle due ville, alle quattro automobili e al sostanzioso conto in banca.

Le batterie del suo telefonino erano scariche, doveva conservare il suo pezzo di legno a tutti i costi e non consumarlo per quei pigri e inetti.

Il volto scuro dell’immigrato era una smorfia di vendetta nella fievole luce del fuoco ormai spento.

Stringeva forte il pugno intorno al suo pezzo di legno. Sapeva bene che tutti quei bianchi lo disprezzavano e perciò non avrebbe mai messo il suo pezzo di legno nelle braci del fuoco: era arrivato il momento della sua vendetta.

L’ultimo membro di quel mesto gruppetto era un tipo gretto e diffidente. Non faceva nulla se non per profitto. Dare solo a chi dà era il suo motto preferito: “me lo devono pagare caro questo pezzo di legno” pensava.

Li trovarono così, con i pezzi di legno stretti nei pugni, immobili nella morte per assideramento.

Non erano morti per il freddo di fuori, ma per il freddo di dentro.

 

Solo l'amore salverà il mondo! Gesù a Natale viene ancora sulla terra per ricordarcelo.


BUONA GIORNATA A TUTTI.

DIO VI BENEDICA.

P. Piero

IL FANNULLONE

 

C'era una volta un uomo che non sapeva far nulla. A qualunque lavoro si dedicasse, non combinava che disastri.

C'erano da raccogliere i fichi? Il cesto di Pin-hua (era questo il suo nome) si rovesciava, quando non era lui stesso a cadere dall'albero.

C'era da andare per legna? I rami che raccattava Pin-hua erano o marci o ancor verdi, quando non si trattava di qualche insonnolito serpente.

Da intagliare il tek? Alla larga da Pin-hua, poiché lo scalpello gli s'imbizzarriva in mano e non si sapeva dove andasse a colpire.

Pin-hua, insomma, con la sua inettitudine, era un pericolo non solo per sé ma per tutti; ed egli, che non era uno stupido, era il primo a soffrire di questa situazione.

Stava un giorno seduto sotto l'albero sacro del villaggio, quando gli si avvicinó un monaco:

"A che stai pensando?", gli chiese.

"Al fatto che non so far nulla", rispose.

"Perché ti preoccupi?", gli disse il monaco: "Se non sai far nulla, fallo bene".

Allora Pin-hua prese una canna e andò a pescare sul molo. Naturalmente non prese un sol pesce, perché ruppe subito l'amo. In compenso, meditò a fondo le parole del monaco e prese la sua decisione. La notte, si arrampicò sull'albero sacro. Non ne sarebbe mai più disceso.

La gente, un po' lo compianse, un po' ne rise, un po' si preoccupò: e se si fosse messo a pregare, che guai avrebbe combinato? Ma Pin-hua non combinò più alcun guaio: si limitò ad esserci, nel villaggio. E poco alla volta la gente cominciò a sentire il beneficio di quella presenza.

"Perché te la prendi tanto?", si diceva a chi si affannava oltre misura: "Guarda Pin-hua sull'albero: non fa nulla eppure trova sempre chi gli offre una ciotola di riso".

"Perché litigate tra voi?", si diceva a chi si odiava per un palmo di terra: "Guardate Pin-hua sull'albero: non ha nulla eppure canta dal mattino alla sera".

"Perché ti arrabbi coi figli?", diceva la moglie al marito: "Guarda Pin-hua sull'albero: le formiche lo tormentano persino nel sonno, eppure l'hai mai sentito lagnarsi?"

Ma, soprattutto, quando qualcuno faceva male qualcosa, gli si diceva: "Perché tanta negligenza? Guarda Pin-hua sull'albero: non fa niente, ma lo fa bene".

 

Non è tanto importante se è molto o poco quello che sai o non sai fare. Cerca, invece, di dare il meglio di te stesso in tutto ciò che fai.


BUONA GIORNATA A TUTTI.

DIO VI BENEDICA.

P. Piero

IL GIRASOLE

 

In un giardino ricco di fiori di ogni specie, cresceva, proprio nel centro, una pianta senza nome. Era robusta, ma sgraziata, con dei fiori stopposi e senza profumo. Per le altre piante nobili del giardino era né più né meno una erbaccia e non gli rivolgevano la parola. Ma la pianta senza nome aveva un cuore pieno di bontà e di ideali. Quando i primi raggi del sole, al mattino, arrivavano a fare il solletico alla terra e a giocherellare con le gocce di rugiada, per farle sembrare iridescenti diamanti sulle camelie, rubini e zaffiri sulle rose, le altre piante si stiracchiavano pigre.

La pianta senza nome, invece, non si perdeva un salo raggio di sole. Se li beveva tutti uno dopo l'altro. Trasformava tutta la luce del sole in forza vitale, in zuccheri, in linfa. Tanto che, dopo un po', il suo fusto che prima era rachitico e debole, era diventato uno stupendo fusto robusto, diritto, alto più di due metri. Le piante del giardino cominciarono a considerarlo con rispetto, e anche con un po' d'invidia.«Quello spilungone è un po' matto», bisbigliavano dalie e margherite. La pianta senza nome non ci badava. Aveva un progetto. Se il sole si muoveva nel cielo, lei l'avrebbe seguito per non abbandonarlo un istante. Non poteva certo sradicarsi dalla terra, ma poteva costringere il suo fusto a girare all'unisono con il sole. Così non si sarebbero lasciati mai.

Le prime ad accorgersene furono le ortensie che, come tutti sanno, sono pettegole e comari. «Si è innamorato del sole», cominciarono a propagare ai quattro venti. «Lo spilungone è innamorato del sole», dicevano ridacchiando i tulipani. «Ooooh, com'è romantico!», sussurravano pudicamente le viole mammole.

La meraviglia toccò il culmine quando in cima al fusto della pianta senza nome sbocciò un magnifico fiore che assomigliava in modo straordinario proprio al sole. Era grande, tondo, con una raggiera di petali gialli, di un bel giallo dorato, caldo, bonario. E quel faccione, secondo la sua abitudine, continuava a seguire il sole, nella sua camminata per il cielo. Così i garofani gli misero nome «girasole». Glielo misero per prenderlo in giro, ma piacque a tutti, compreso il diretto interessato. Da quel momento, quando qualcuno gli chiedeva il nome, rispondeva orgoglioso: «Mi chiamo Girasole».

Rose, ortensie e dalie non cessavano però di bisbigliare su quella che, secondo loro, era una stranezza che nascondeva troppo orgoglio o, peggio, qualche sentimento molto disordinato. Furono le bocche di leone, i fiori più Coraggiosi del giardino, a rivolgere direttamente la parola al girasole. «Perché guardi sempre in aria? Perché non ci degni di uno sguardo? Eppure siamo piante, come te», gridarono le bocche di leone per farsi sentire.

«Amici», rispose il girasole, «sono felice di vivere con voi, ma io amo il sole. Esso è la mia vita e non posso staccare gli occhi da lui. Lo seguo nel suo cammino. Lo amo tanto che sento già di assomigliargli un po'. Che ci volete fare? il sole è la mia vita e io vivo per lui...».

Come tutti i buoni, il girasole parlava forte e l'udirono tutti i fiori del giardino. E in fondo al loro piccolo, profumato cuore, sentirono una grande ammirazione per «l'innamorato del sole».

 

Gesù è il “sole di giustizia” che il Padre Celeste ha donato all'umanità per riscaldarla ed illuminarla. Per questo i veri cristiani sono come dei girasoli con lo sguardo sempre fisso su di Lui.

 

Anche noi dunque, circondati da un così gran nugolo di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede” (Lettera agli Ebrei 12,1-2).


BUONA GIORNATA A TUTTI... E BUONA PREPARAZIONE AL SANTO NATALE.

MI RACCOMANDO: PER IL SACRAMENTO DELLA CONFESSIONE NON ASPETTATE L'ULTIMO MOMENTO.

DIO VI BENEDICA.

P. Piero

BUONA E SANTA DOMENICA A TUTTI.

GESU' VI BENEDICA.

P. PIERO

La Liturgia di Domenica 19 Dicembre 2010
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IV DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A)
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PRIMA LETTURA (Is 7,10-14)
Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio.

Dal libro del profeta Isaìa

In quei giorni, il Signore parlò ad Acaz: «Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure dall’alto».
Ma Àcaz rispose: «Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore».
Allora Isaìa disse: «Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta stancare gli uomini, perché ora vogliate stancare anche il mio Dio? Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele».

Parola di Dio

SALMO RESPONSORIALE (Sal 23)
Rit: Ecco, viene il Signore, re della gloria.

Del Signore è la terra e quanto contiene:
il mondo, con i suoi abitanti.
È lui che l’ha fondato sui mari
e sui fiumi l’ha stabilito.

Chi potrà salire il monte del Signore?
Chi potrà stare nel suo luogo santo?
Chi ha mani innocenti e cuore puro,
chi non si rivolge agli idoli.

Egli otterrà benedizione dal Signore,
giustizia da Dio sua salvezza.
Ecco la generazione che lo cerca,
che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.

SECONDA LETTURA (Rm 1,1-7)
Gesù Cristo, dal seme di Davide, Figlio di Dio.

Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per chiamata, scelto per annunciare il vangelo di Dio – che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture e che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dei morti, Gesù Cristo nostro Signore; per mezzo di lui abbiamo ricevuto la grazia di essere apostoli, per suscitare l’obbedienza della fede in tutte le genti, a gloria del suo nome, e tra queste siete anche voi, chiamati da Gesù Cristo –, a tutti quelli che sono a Roma, amati da Dio e santi per chiamata, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo!

Parola di Dio

VANGELO (Mt 1,18-24)
Gesù nascerà da Maria, sposa di Giuseppe, della stirpe di Davide.

+ Dal Vangelo secondo Matteo

Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noi”.
Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

Parola del Signore

Preghiera dei fedeli
Con l’incarnazione di Gesù, Dio si è fatto prossimo agli uomini e si è reso presente nella Storia. Riconosciamolo all’opera nella nostra quotidianità e chiediamogli di aiutarci ad essere come lui ci vuole. 
Preghiamo dicendo: Ascoltaci Signore.

1. Perché la Chiesa testimoni la fede forte di Maria e Giuseppe, disponibile all’obbedienza della volontà divina e pronta ad accogliere e testimoniare, nello Spirito, Gesù, il Cristo. Preghiamo.


2. Perché le nostre famiglie, nelle quali si schiude la vita con il suo mistero, cerchino di essere coerenti con la fede che professano, anche di fronte al fascino di stili di vita che disattendono i beni e i valori dello spirito. Preghiamo.


3. Perché impariamo a leggere negli eventi della storia ed in particolare in quelli della nostra storia la presenza di Dio, che esprime la sua volontà nelle vicende dell’esistenza. Preghiamo.


4. Perché coloro che stanno per prendere decisioni fondamentali si lascino guidare allo Spirito, riconoscendo Dio, e non le opere ed i progetti umani, come Signore della Storia. Preghiamo.


5. Per noi, perché possiamo partecipare a questa santa Eucaristia grati del dono che abbiamo ricevuto, uniti nella lode e nell’amore scambievole. Preghiamo.

Rendici capaci, o Padre, di accogliere la tua volontà come Maria, e di acconsentire ai tuoi disegni come Giuseppe. Ma rimani con noi e sostienici, perché da soli non possiamo fare nulla. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore

 

COMMENTO ALLE LETTURE DEL CARD. RAVASI

 

È l'anno 734 a.C. Il regno di Giudea è coinvolto in quella che verrà chiamata la guerra siro-efraimitica: l'asse DamascoSamaria sta mettendo in pericolo l'autonomia politica e la stessa sopravvivenza di Gerusalemme. In un clima fosco e denso di terrore e di incubi si inserisce questo messaggio di Isaia, il più celebre dei testi classici del messianismo biblico.

Il profeta, dopo aver espresso ad Acaz la sua proposta teologico-politico-militare che esige il rifiuto degli espedienti e degli intrighi per appoggiarsi unicamente sulle certezze di Dio e quindi sulle energie della nazione ebraica senza appellare a vane alleanze diplomatiche, offre un segno che ha la funzione di assicurare l'aiuto divino e di sostenere l'aspetto razionale della fede. Essa, infatti, deve coinvolgere l'uomo con tutte le sue capacità nell'aderire all'alleanza con Dio.

Si assiste, invece, alla vana schermaglia dell'uomo che allega un'apparente religiosità («non voglio tentare il Signore») come paravento per celare un vuoto di fede. Il segno miracoloso, infatti, lo vincolerebbe e lo comprometterebbe. Opta allora per un pretesto evasivo, per una manovra dilatoria. Ma la bontà di Dio supera l'ipocrisia di Acaz e il segno è ugualmente donato sotto la forma di un oracolo-annunzio per la nascita di un eroe-salvatore. Ormai esso non ha più lo scopo di dare saldezza alla fede del monarca, ma di confermare la fedeltà del Signore che supera anche le incredulità umane.

 

Gli ascoltatori di Jsaia naturalmente cercano di identificare questo segno nell'orizzonte della loro speranza concreta: la dinastia davidica, luogo della presenza viva e storica di Dio, continuerà con la nascita di un nuovo re, il giusto e pio Ezechia, figlio di Acaz, ad attuare in modo più luminoso la presenza dell'Emmanuele, cioè del Dio compagno di viaggio del suo popolo. Ma il segno ha un'altra, più esaltante dimensione ora pienamente aperta al lettore cristiano che alla profezia di Isaia accosta la pagina matteana dell'«annunciazione a Giuseppe» che leggiamo nell'odierna liturgia. Come quando, in una fotografia, per valorizzare un panorama si inserisce un primo piano, così il «messia» (cioè il «consacrato») presente - cioè il discendente di Davide che il profeta annunzia - è destinato ad illuminare e ad indicare il «Messia» definitivo e perfetto, figlio di Dio in senso autentico, sacerdote e giusto giudice. Dietro il volto del re Ezechia, probabilmente celebrato da Isaia in primo piano, si profila la figura del Cristo Salvatore, presenza perfetta di Dio nella carne e nel tempo dell'uomo.

 

E Cristo entra nella nostra storia con segni precisi descritti nel testo evangelico di Matteo. E Giuseppe che, attraverso la sua paternità legale, ha la funzione di introdurre Gesù nella stirpe di Davide, cioè nella corrente viva della speranza e della promessa proclamata da Isaia. A differenza di Acaz che ha rifiutato il segno di Dio, Giuseppe accoglie l'annunzio sorprendente dell'angelo con obbedienza amorosa e diventa, così, intimo collaboratore di Dio nel grande progetto dell’incarnazione.

 

Tutto il Vangelo di Matteo è racchiuso entro due annunzi di vicinanza e presenza di Dio all'interno della nostra storia. Lo è attraverso la dichiarazione d'apertura che oggi abbiamo letto: «Sarà chiamato Emmanuele, Dio-con-noi». E lo è anche attraverso le ultime parole del Cristo risorto in Galilea: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo» (28, 20). Il cristianesimo è il canto di una presenza divina, anzi di una fraternità totale tra Dio e l'uomo. E il Natale ne è la grande celebrazione.

 

«Giuseppe, non temere di prendere con te Maria, tua sposa».

Queste parole dell'annunciazione a Giuseppe narrata da Matteo stemperano la tensione del cuore del primo uomo che ha amato Maria con particolare intensità («l'amai con tutto il cuore e secondo il volere di Dio », confessa in un Vangelo apocrifo, La storia di Giuseppe il falegname). Sulla base di quell'annunzio angelico Giuseppe può avviarsi a celebrare quel matrimonio che Raffaello raffigurerà in uno dei suoi quadri più famosi e che sarà ripreso da infiniti altri artisti celebri e ignoti.

 

Ma nel comprendere il travaglio interiore di Giuseppe dobbiamo entrare, almeno sommariamente, nel mondo delle usanze matrimoniali dell'antico Israele. Il matrimonio comprendeva due fasi ben definite. La prima consisteva nel fidanzamento ufficiale tra il giovane e la ragazza che solitamente aveva 12 o 13 anni. La ratifica di questo primo atto comportava una nuova situazione per la donna: pur continuando a vivere a casa sua all'incirca per un altro anno, essa era già «sposa» del suo futuro marito e per questo ogni infedeltà era considerata già adulterio. La seconda fase comprendeva la solenne celebrazione nuziale col trasferimento festoso alla casa dello sposo secondo quella vivace sceneggiatura di luci, di canti, di danze, di banchetti evocata anche da Gesù nella sua parabola delle vergini stolte e sagge (Mt 25). Il racconto che leggiamo nell'odierna liturgia si colloca appunto nella prima fase, quella del fidanzamento: «prima che andassero a vivere insieme», Maria «si trovò incinta».

Giuseppe è di fronte ad una scelta drammatica. Il libro biblico del Deuteronomio era chiaro ed implacabile: «Se la donna fidanzata non verrà trovata vergine, la si farà uscire alla soglia della casa del padre e la gente della sua città la lapiderà così che muoia, perché ha commesso un'infamia in Israele, disonorandosi in casa del padre» (22, 20-21). Nel giudaismo successivo, però, aveva preso strada un'altra norma più moderata, quella che imponeva il ripudio. Come si è spiegato, trattandosi di una vera e propria «moglie», si doveva celebrare un divorzio ufficiale con tutte le consguenze civili e penali per la donna.

 

Ma ritorniamo a Giuseppe e alla sua decisione. Egli deve «licenziare», cioè ripudiare Maria a causa della legge che lo obbliga a questo; essendo uomo «giusto», cioè obbediente alla legge dei padri, egli si mette su questa strada amara, ma, essendo anche uomo «giusto» nel senso di mite, misericordioso e buono, lo vuole fare nella forma più delicata e attenta per la donna. Sceglie, allora, la via «segreta», senza denunzia legale, senza processo e clamore, alla presenza dei soli due testimoni necessari per la validità dell'atto di divorzio, cioè la consegna del cosiddetto «libretto di ripudio». Certo, la nostra attuale sensibilità ci fa subito domandare: che ne sarebbe stato di Maria? La risposta è purtroppo chiara ed inequivocabile: sarebbe divenuta un'emarginata totale, rifiutata da tutti, accolta forse solo dal clan paterno assieme al figlio bastardo che avrebbe generato. E' nota a tutti la triste situazione della donna nell'Antico Oriente. Ma non ha molto senso seguire queste ipotesi irreali.

 

Infatti la notte dello spirito di Giuseppe è squarciata dall'angelo: «Non temere di condurre a casa tua Maria» completando così anche la seconda fase del matrimonio. Ed è qui che scatta la grande rivelazione del mistero che sta compiendosi in Maria: «Quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo». E' questa la sorpresa straordinaria che dovrà sconvolgere la vita di Giuseppe, sorpresa molto più forte di quella di avere la propria donna incinta di un altro uomo. Si apre, allora, per Giuseppe una vita nuova e una missione unica, quella di essere il padre legale di Gesù.

 

Nella storia tormentata di questo eccezionale fidanzamento si riflettono tante storie più ordinarie ma cariche anch'esse di una loro grandezza e magari anche di una loro tensione. La storia di Giuseppe insegna alle coppie di tutti i tempi la grande lezione di saper attendere l'irruzione dell'angelo di Dio, cioè della presenza operosa del mistero e del divino che scioglie tanti grumi di sofferenza e di immaturità e fa brillare, magari lentamente, lo splendore dell'amore.

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